La frase «Che tu possa vivere tempi interessanti» è stata a lungo attribuita a un’antica maledizione cinese e va interpretata come un augurio ironico che auspica periodi di incertezza, crisi e disordini. Era stata scelta dal curatore Ralph Rugoff come titolo della Biennale di Venezia dell’anno scorso. Alla luce dei fatti che hanno coinvolto tutto il mondo, possiamo dire che mai titolo di Biennale fu più azzeccato e che, forse, mai Biennale fu più azzeccata, visto che tra i padiglioni si respirava uno strano clima sospeso, come di attesa dell’apocalisse, e gli spettatori circolavano immersi in un’atmosfera horror, densa di incubi e visioni sinistre. L’opera che ha vinto il Leone D’oro, “Sun & Sea (Marina)” aveva trasformato gli interni della Marina Militare in una spiaggia illuminata artificialmente, piena di persone “normali” in costume impegnate nelle solite cose che si fanno in spiaggia: leggere, prendere il sole, spalmarsi la crema, ecc. Lo spettatore era invitato a guardare il tableau vivant dall’alto di un ballatoio al piano superiore della sala e anche ad ascoltare, visto che si trattava di un’opera-performance (e per opera qui si intende il genere teatrale e musicale): ogni personaggio della scena, cantando, rivelava inquietudini e preoccupazioni che avevano a che fare, tra le altre cose, con il surriscaldamento climatico. Oggi, l’opera acquista un ulteriore livello di lettura: impossibile non pensare all’assembramento a cui nell’estate in arrivo saremo costretti a rinunciare. Lo spettatore che guarda dal ballatoio siamo noi che, a distanza di sicurezza, osserviamo il nostro passato.

Basta allargare il campo includendo moda e letteratura per rendersi conto che individuare elementi profetici è facilissimo, dalla sfilata apocalittica di Balenciaga al successo del romanzo Un anno di riposo e oblio di Ottessa Mosfegh in cui la protagonista si chiude volontariamente in casa per 12 mesi. Ma è facile, col senno di poi, unire i puntini, collegare, trovare corrispondenze e riconoscere coincidenze. È tanto semplice riconoscere i segnali premonitori nell’arte del “passato” quanto è difficile provare a immaginare quella del futuro. Specialmente in questo caso, in cui l’arte non si troverà soltanto col compito di dover maneggiare un evento epocale, ma dovrà prima di tutto combattere per la sua sopravvivenza, nel senso più pratico e concreto del termine.

Jerry Saltz, il famosissimo critico, ha scritto sull’argomento due articoli dai titoli poco rassicuranti: uno è “The Last Days of the Art World”, l’altro “The Art World Goes Dark”. L’arte sopravviverà, avvisa Saltz, per la semplice ragione che l’ha sempre fatto – è una specie di virus immortale, potremmo dire per restare in tema: si nutre dell’uomo per propagarsi, prosperare e oltrepassare i limiti del tempo e dello spazio, incurante di chi o cosa si trovi in quel momento a incarnarla – ma il sistema dell’arte potrebbe incontrare serie difficoltà.

Non che questo genere di crisi si sia sempre rivelato nocivo, ci tiene a specificare, anzi. Durante la crisi del 2008 e 2009 ad esempio, ricorda, ai galleristi e agli artisti era andata più che bene: i ricchi si erano buttati sulle opere d’arte per mettere i loro soldi al sicuro. Ma la situazione attuale sembra decisamente più complicata, e potrebbe rivelarsi molto negativa non tanto per i grandi musei, che un modo per rialzarsi lo troveranno, ma per le medie e piccole gallerie, che in questa situazione si trovano private di ogni possibilità di profitto – nuovi clienti, fiere, mostre – e, spesso, soprattutto in una città come New York, dove vive e lavora Saltz, devono continuare a pagare affitti stellari.

Molte gallerie si sono mostrate estremamente reattive organizzando quasi immediatamente progetti e conferenze online, mostre virtuali, collaborazioni e iniziative a cui gli spettatori possano assistere da casa, fissando lo schermo del pc e del cellulare. A lungo andare, però, tutto questo dovrebbe trovare il modo di trasformarsi in una forma di guadagno per gli addetti ai lavori. Bisognerà reinventare completamente il sistema, o limitarsi a sperare di ripartire il prima possibile? Da una parte la preoccupazione per le conseguenze concrete, dall’altra la celebrazione di questa ritrovata lentezza. Un nuovo tipo di arte verticale – intensa, significativa, profonda – e non orizzontale – sparpagliata, capillare, onnipresente, iperattiva – un po’ lo stesso discorso che ha fatto Giorgio Armani nella sua lettera al mondo della moda. Che resti ciò che veramente conta, allora, e tutto il resto si fermi pure, non sentiremo la sua mancanza, perché era superfluo. Ma se serviva proprio a tenere su la baracca – era quello il suo compito – come faremo adesso? Sarebbe quasi deludente scoprire che tutto potrebbe ricominciare uguale a prima, e rituffarci in quel mondo «troppo pieno, troppo rumoroso, troppo tutto», come l’ha definito il premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk, che ha accolto l’isolamento forzato come una manna, uno stop di cui noi esseri umani avevamo senz’altro bisogno. «Sempre più espanso e sempre più indaffarato», scrive Saltz ripercorrendo le ultime evoluzioni del sistema dell’arte, in cui “di più, ovunque” era diventata la risposta a tutto. Per restare a galla bisogna dimenarsi come dei pazzi. Chi smette di muoversi affonda. Bisognerebbe imparare a nuotare, invece, e allontanarsi con movimenti eleganti e precisi. E cosa succederà alle idee, alle immagini e alle storie? È ancora presto per dirlo, ma tra gli articoli da leggere per iniziare a chiedersi di cosa parlerà e che forma assumerà l’arte post-Coronavirus ne segnaliamo due, in grado di attivare riflessioni interessanti. Uno uscito su Kaleidoscope, che parla di “nuovo gotico”, e uno di Emily Temple pubblicato su Literary Hub, che prova a immaginare la letteratura del futuro. Nel loro articolo sul gotico, corredato da immagini molto convincenti – Post Malone insanguinato con l’armatura (2019), la sublime visione di Notre Dame in fiamme (2019), il video “Miami Ultras” (2016) di Yung Lean – Caroline Busta e Lil Internet hanno parlato del ritorno di una fase di opposizione a tutto ciò che è classico e rinascimentale, e quindi razionale, conosciuto e conoscibile, definito, ottimista, e di attrazione per l’oscurità, il misticismo, il misterioso, l’inesplicabile. «C’è un’intelligenza nel gotico», scrivono, «che diventa particolarmente risonante in tempi come questo: tempi in cui il capitale è in guerra contro la natura e l’informazione serve soprattutto il capitale. In questa Nuova Roma, il romanticismo morboso e teatrale del gotico è meno fantasioso delle illusioni della crescita infinita della civiltà. Il gotico abbraccia il moribondo perché il pianeta è moribondo; il gotico sposa il romantico, il magico, il caotico, perché l’alternativa – il panopticon riflessivo computazionale del “tutto quantificato” – ci sta distruggendo. Il New Gothic sa che qualcosa non va e lo mostra. In questo spazio esterno emerge qualcosa di oscuro e bello, da condividere da soli o insieme».

«È come se il futuro fosse stato cancellato», scrive Emily Temple provando a immaginare la letteratura dopo il Coronavirus, aggiungendo: «Secondo la mia terapista, la pandemia non ha davvero cambiato il panorama personale di nessuno dei suoi pazienti – qualunque cosa stesse succedendo prima è ancora lì, solo intensificata. Semplicemente, in questo momento siamo noi stessi, ma di più. Siamo stati privati dei modelli confortanti e sfocati della vita quotidiana e siamo stati ridotti alle nostre versioni più pure. Forse al romanzo succederà la stessa cosa: la traiettoria non cambierà, solo l’intensità. Dopotutto, siamo già nel bel mezzo di un boom della letteratura sull’isolamento, in particolare scritta da e su giovani donne – e mi aspetto che ne avremo di più, anche solo perché più scrittori sapranno cosa si prova a non vedere un’altra persona per giorni e giorni». Potremmo però trovarci di fronte a un problema, avvisa Temple: gli artisti saranno più che mai spinti a indagare il caos e il fallimento del mondo così come lo conoscevamo (un fallimento che avevano in qualche modo presagito), ma i lettori, molto probabilmente, non avranno nessuna voglia di leggere un resoconto di tutto quello che è successo. All’interno della tensione rappresentata da questo problema, forse, nascerà il modo per creare qualcosa di sorprendente. Dopotutto, come ricorda Saltz, «l’elemento costitutivo dell’arte è fare proprio ciò che non è mai stato immaginato». E ancora: «la creatività è una strategia di sopravvivenza». Quello che è successo e che succederà potrebbe almeno aiutarci a ricordare cos’è l’arte, quella vera, e come riconoscerla.

articolo uscito su rivistastudio.com il 23/04/2020 di Clara Mazzoleni